Sulla targa esterna al palazzo si riflette lo scorcio di un paesaggio che da solo basterebbe a spiegare dove mi trovo.

Certo, potremmo essere potenzialmente in una qualunque città olandese, a ben pensarci. Ma all’immagine riflessa si accompagna una scritta inconfondibile.

Sono all’Istituto Italiano di Cultura nei Paesi Bassi, anche conosciuto come IIC.

A ricevermi è la Direttrice in persona, Carmela Callea. È qui da poco più di un anno, esattamente dal 1 marzo 2016, dopo aver diretto gli Istituti di Strasburgo e Tel Aviv.

Carmela mi offre un tè e mi porta nel suo ufficio. E qui comincia l’avventura. Perché so di essere seduta di fronte a chi ne ha viste tante, ma non ho idea di quanto io stia per viaggiare in questa intervista, quanti posti Carmela mi farà visitare.

 Direttrice, dove ci troviamo prima di tutto?

Ci troviamo all’Istituto Italiano di Cultura per i Bassi, un ufficio periferico del Ministero degli Affari Esteri della Cooperazione Internazionale. Ce ne sono più di 80 in tutto il mondo. La nostra missione è diffondere e promuovere la lingua e la cultura italiana all’estero.

Nel corso della sua carriera, avrà notato che a volte noi expat possiamo sviluppare una tendenza a dimenticare l’uso di certe parole della nostra lingua madre. L’Istituto si fa carico anche di aiutare le comunità italiane sul territorio?

Questi sono problemi che in passato ho studiato. Naturalmente l’Istituto svolge servizio in ambito bilaterale, quindi anche per gli italiani sul territorio. Abbiamo una grande biblioteca, a disposizione di tutti e io sono una promotrice del libro. I libri sono come un tesoro, un segreto, un viaggio. Italo Calvino diceva in ‘Se una notte d’inverno un viaggiatore’ “Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!

Calvino è il suo preferito?

È uno degli scrittori fondamentali. Ce ne sono molti altri che sono stati importanti nella mia preparazione, non solo per il lavoro ma anche per interpretare la vita. L’arte, la letteratura e il teatro mi accompagnano ancora oggi.

Lei è laureata in?

Lingue e letterature straniere, con specialità francese: ho studiato presso università francesi. Sono stata anche a Cambridge per l’inglese e a Madrid per lo spagnolo. In seguito mi sono specializzata nelle relazioni internazionali.

Posso chiederle cosa voleva fare di mestiere, quando era ragazzina?

Uno, nessuno e centomila! Avevo tanti desideri, dal medico al commissario di Polizia, alla moda.

Beh in qualche modo quest’ultimo campo ci rientra: la moda è tra gli interessi dell’Istituto.

Infatti in passato ho organizzato due manifestazioni a tema. Una a Strasburgo dedicata agli abiti scultura di Roberto Capucci, l’altra a Tel Aviv, a sfondo sociale, con un marchio etico della regione dalla quale provengo, la Calabria. Il marchio si chiama ‘Cangiari’, che nel nostro dialetto significa cambiare, insieme abbiamo organizzato una sfilata unita a un’esposizione sulla tradizione della lavorazione delle stoffe.

Torna spesso in Calabria?

Torno poco, per ragioni di lavoro. Sono in viaggio da sempre.

E come è arrivata a lavorare per l’Istituto, che tipo di percorso si fa?

Il mio è cominciato da un viaggio in treno. A quei tempi ero assistente di lingua italiana in un liceo francese; in treno conobbi un funzionario del consolato di Nizza. Gli feci molte domande su come insegnare in università, fu molto gentile e mi diede tante informazioni. Sapevo così il mio itinerario: avrei dovuto diventare insegnante di ruolo nelle scuole superiori italiane, per poi fare il concorso per lettore italiano di ruolo del Ministero degli Affari Esteri. Andai allora a insegnare in un paesino della provincia di Potenza, perché a volte bisogna impegnarsi in percorsi inusuali per seguire il proprio sogno. Superai il mio anno di prova, feci il concorso come lettrice di italiano all’estero, lo vinsi e partii per la Romania.

Quanto è stata in Romania?
Ci sono rimasta per 7 anni, ero all’università Ovidius di Costanza, sul Mar Nero. Sono stati anni incredibilmente costruttivi sotto ogni aspetto e ho imparato che non tutto è scontato.

Dalla Romania dove è andata?

In Ungheria, sempre come lettrice. In seguito, ho sostenuto il concorso per addetto culturale, lo ho vinto e così dal MIUR sono entrata al Ministero degli Affari Esteri. Il resto lo sa.

Ma è lei che decide le sedi in cui andare?

Il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale comunica periodicamente delle liste e si può fare domanda indicando le città di preferenza. Le sedi vengono poi assegnate anche in base ai curriculum.

Ha trovato differenze di gestione tra i vari Istituti in cui fino ad ora è stata?

Certo, ogni Istituto ha una sua specificità che dipende sia dal territorio che lo circonda che da condizioni logistiche e di risorse, umane e finanziarie, che incidono sul lavoro nel suo complesso.

Dei Paesi Bassi che mi dice?

Fa piacere constatare che le Istituzioni locali prendano l’iniziativa per contattare le nostre eccellenze dall’Italia. Dal canto nostro, vogliamo promuovere pure i giovani e far conoscere i nostri nuovi talenti che ancora non hanno avuto tanta eco. Cerchiamo inoltre di assistere gli italiani che vengono per eventi anche se non progettati in diretta collaborazione con l’Istituto.

Ho visto infatti che sul vostro sito viene promosso il concerto degli Afterhours. Mi è piaciuta molto questa idea di unire la tradizione di Dante, vostra foto profilo sui socials, fino alla musica più moderna. La pagina Facebook dell’Istituto è nata con lei?

No, c’era già. Io ho fatto attivare Twitter. Stiamo lavorando sul marketing della comunicazione, di fondamentale importanza.

Quanto porta di calabrese nei luoghi in cui vive e lavora?

Questa è una domanda difficile… Sono molto legata alla Calabria e ho riscoperto questo sentimento da quando ne sono lontana. Il punto è questo: una volta che decidiamo di abbandonare la nostra terra, siamo degli esiliati per sempre. Lo dice bene ‘La luna e i falò’ di Cesare Pavese, dove il protagonista Anguilla parte e porta nella sua testa i falò e quando torna li deve sostituire con altri; le mani che immaginava non ci sono più. La stessa sensazione accompagna me quando torno a casa. Ma c’è sempre il conforto delle origini e ogni volta il senso di appartenenza riaffiora. Mi sono chiesta a lungo se ci volesse più coraggio ad aiutare la propria terra partendo o restando.

Il suo mestiere è un modo di aiutare il paese.

Il punto di forza dell’Italia è la cultura e io sono nel posto giusto: da qui, si può mostrare la forza di un paese che non tramonta, perché c’è qualcosa di imperituro, che non finisce mai. E questa cosa è l’arte. L’Italia è un modello di arte, intesa come pittura, ingegneria, architettura, letteratura.

Lei è sempre stata bene accolta?

Non ho mai avuto problemi. Ho trascorso anni bellissimi a Strasburgo, in un clima di ampio respiro, e anni bellissimi in Israele, in compagnia di un popolo dal calore mediterraneo; con la comunità ebraica locale abbiamo organizzato manifestazioni su tutto il territorio. È quello che vorrei fare anche nei Paesi Bassi, perché l’Istituto ha competenza sull’intera nazione, non solo sulla città di Amsterdam.

Ha un segreto per adattarsi ogni volta ovunque va?

Credo che il segreto sia volere incontrare la cultura del posto e non voler ripetere a tutti i costi ciò che si aveva in Italia. Ogni popolo ha la sua storia ed è importante imparare usi e costumi del luogo, come può essere ad esempio l’abitudine di togliersi le scarpe in Romania e in Turchia, o quella di comprare i crisantemi in Giappone.

Come si trova ad Amsterdam? A parte le scale strette e un po’ scomode…

I primi tempi sono sempre difficili dappertutto. Bisogna trovare una sistemazione e capire il ritmo del posto. La vita da direttore dell’IIC, poi, lascia poco spazio personale perché non si tratta solo di occuparsi delle attività culturali: noi siamo responsabili anche dell’edificio in cui ci troviamo, delle risorse umane, delle risorse patrimoniali e del bilancio. Però ci sono delle soddisfazioni innegabili, con questo lavoro. Le emozioni ripagano di ogni sforzo. La cultura e l’arte liberano l’essere umano dall’abbrutimento.

L’arte a volte è anche un mezzo di denuncia sociale.

È così. C’è un concetto importante che mi piace ricordare ed è quello del creare ponti tra culture. Sotto questo aspetto, gli anni di Strasburgo sono stati importanti: pensi, ad esempio, che abbiamo realizzato una manifestazione sulla violenza domestica contro le donne. Oppure pensi alla convenzione europea del paesaggio, per la difesa di un territorio nel quale ognuno si possa riconoscere senza vedere improvvisamente un supermarket spuntato dal nulla.

Questo è già più difficile, nell’era della globalizzazione.

Sì ma la globalizzazione non è cattiva, va solo gestita. L’identità e la cultura non possono essere cancellate, non vanno cancellate.

A proposito di identità: ha imparato qualche parola nelle lingue delle nazioni in cui è stata?
Parlo rumeno come il dialetto calabrese, fa parte di me! Ho imparato qualcosa di ungherese, vediamo… “jó napot kívánok” che significa buongiorno. So leggere l’ebraico e le posso dire “shabbat shalom”: è un bellissimo augurio.

Che farà con l’olandese?

Ho cominciato ad impararlo già prima di arrivare. Per orientarmi, sto attingendo da inglese, francese e tedesco. Comunque voglio imparare qualcosa: conoscere la lingua del posto è un atto necessario per conoscere un popolo e la sua cultura. Non esiste nessun altro mezzo per capire pienamente una nazione.

Quanto dura un suo mandato?

9 anni, che non possono svolgersi nella stessa città: dopo circa 4 anni, verrò trasferita in un’altra sede.

Alla fine di tutti i suoi mandati che farà, ci ha già pensato?

Vorrei leggere tutti i libri che non ho potuto leggere per via del lavoro!

Qualcosa che le piacerebbe mettere in pratica durante la sua permanenza nei Paesi Bassi?
Mi piacerebbe organizzare una partita di calcio con la nazionale cantanti. Lo sport è veicolo di cultura e di dialogo tra i popoli, si potrebbero raccogliere fondi per supportare problematiche urgenti e dare contributi a qualche associazione. Non ho avuto modo di organizzare la partita a Strasburgo né in Israele, magari qui ci riusciamo.

Ho un’ultima domanda per lei: che cosa le hanno dato i paesi nei quali ha vissuto?

Questa è una domanda di grande riflessione. La Romania, lo ripeto, che non tutto è scontato. L’Ungheria la ho vissuta solo due anni, ma direi che mi ha mostrato che è possibile trovare la forza di voler andare avanti. La Francia la conosco da quando ero bambina, è la mia cultura. L’Israele mi ha insegnato a vivere in larghezza e non in lunghezza: ora vivo il momento. Quanto all’Olanda, è ancora presto per dirlo.

Allora facciamo così: alla fine del suo mandato ci rivediamo e mi dice che cosa ha imparato dagli olandesi.

Va bene. Affare fatto.

 

Appuntamento con Carmela tra qualche anno, allora.

Nel frattempo, le rinnoviamo il nostro benvenuto e le auguriamo un mandato ricco e soddisfacente, pieno di eventi e di diffusione della lingua italiana.

E restiamo in attesa della mitica partita di calcio con la nazionale cantanti, che non si sa mai.

 I contatti per seguire l’Istituto sono:

Sito ufficiale: Istituto Italiano di Cultura Paesi Bassi

Facebook: IICAmsterdam

Instagram: iicamsterdam

Twitter: IstitutoAdam 

Alla prossima intervista,

Paola

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