Mai inizio di articolo fu più incerto.

Il problema nasce dal titolo: come definire Carla? In ogni mia intervista per Italianradio, di norma con la prima parola si fa chiarezza sul mestiere, ma in questo caso siamo di fronte a un’anima poliedrica, che nasce come cantante d’opera ma ti passa da Mozart a Pino Daniele con la stessa disinvoltura con cui la tua sarta di fiducia cuce il vestito della festa e il bottone della camicia, o con cui mia nonna faceva gli gnocchi e due secondi dopo era lì che tirava fuori dal forno il trionfo d’arrosto.

Con questo non voglio decantare le doti casalinghe di Carla (che, peraltro, non conosco); voglio solo dire che lei è uno di quei rari casi di artista completa in ciò che fa. Una di quelle persone che fai fatica ad inquadrare in una definizione. Come il nostro poli-Osman (ve lo ricordate? Lo abbiamo intervistato tempo fa) è artista degli strumenti, così Carla è artista della voce; si muove delicatamente in un cerchio, intorno alle varie sfaccettature d’arte sonora.

Siamo in un piccolo café in Galleria Hoog Catherijne, a Utrecht. Carla è vestita di viola. Abbiamo di fronte due vassoi con cappuccino, cioccolatini e vaschetta di panna montata.

Devo smettere di fare interviste, finirò per ingrassare.

Carla, che lavoro fai?

Sono una cantante lirica, perfomer e autrice teatrale.

Sei famosa, in Olanda?

Sono affermata. Ho una solida reputazione e un pubblico affezionato che mi segue sempre, con attitudine tranquilla e riservata. Ho una bella fanbase, considerato che quello che faccio non è proprio minestrina…

Infatti ho letto che hai fatto concerti in giro per il mondo e sei stata ospite della tv nazionale olandese. Sviluppi anche progetti innovativi.

È così, ho sviluppato un format che ha un’anima molto italiana, direi meridionale ma non nel senso banale del termine: ci tengo a sottolineare questo aspetto perché, quando hai a che fare con parole tipo “emigrazione” ed “immigrazione”, lo stereotipo è molto presente. Io sono orgogliosa delle mie radici ma non voglio farne un’icona: esse sono semplicemente parte del mio lavoro.

In cosa consiste il format che hai sviluppato?

Si chiama “Theater Musica”. Creo un copione teatrale, racconto una storia e la musico. Trovo ispirazione in ciò che vedo intorno a me, in un messaggio, in un racconto di vita. Analizzo e scompongo questa ispirazione fino a realizzarne una storia vera e propria e cerco di fare un crossover a tutti i livelli: con questo intendo che non mi soffermo su un solo genere musicale, ad esempio… questa roba dell’etichetta mi sta stretta.

Ecco, a questo proposito: tu sei un mezzosoprano, quindi dovresti essere confinata in un genere, che è esattamente ciò che non vuoi succeda. Quali sono gli altri stili musicali che affronti?

Uso molto la mia voce ‘normale’. Mi piace il folk, la musica del popolo di qualunque parte del mondo, perché io sono così, sono una con radici molto forti nella terra. Mi piace molto anche il jazz. Di base, comunque, uso ciò che è funzionale alla storia e che in quel momento è in empatia con la narrazione.

Puoi spiegare in parole semplici chi è un mezzosoprano?

Sì, certo. Il mezzosoprano è una voce femminile a metà tra il soprano e il contralto. Il soprano è quello che tutti noi identifichiamo tipicamente con la cantante d’opera, quindi gli acutoni, il ‘ti spacco i bicchieri quando canto’, per capirci! il contralto invece è la voce bassa. Il mezzosoprano connette queste due tonalità, un tipico ruolo è la Carmen. Il corrispettivo maschile è il baritono, che si trova tra il tenore e il basso. Alla fine dei conti, si tratta di una voce molto versatile, che ti permette di fare un sacco di cose.

I critici musicali già dicono di te che hai una voce particolarmente versatile.

Si riferiscono anche al fatto che interpreto generi diversi. Questo è il mio punto di forza. Inoltre, cambiare genere all’interno di uno stesso spettacolo mi permette di coinvolgere maggiormente il pubblico.

Chi è il pubblico che viene a vedere i tuoi spettacoli?

È trasversale, ci sono i fans affezionati che vengono a vedere qualunque cosa io faccia; ci sono gli amanti dell’opera e gli amanti del teatro musicale in genere; ci sono anche molti ragazzi.

E come scegli le sedi delle performances di Theater Musica?

Sono sempre alla ricerca di ambienti intimi, che possano ospitare fino a 300 persone, allo scopo di avvicinare il pubblico al palco. In contesti come questi si sviluppa un’energia di scambio, che è la parte più entusiasmante del tutto. Un progetto di Theater Musica può essere svolto anche all’interno di un bar, in una piazza, o in un cortile antico: è la location stessa la fonte di ispirazione, perché il teatro è vivo. E questo è un po’ il problema che ho con l’opera, la quale per sua natura è un po’ ingessata ed è legata a certi stereotipi in cui io non mi riconosco.

Tu hai cantato in Italia?

Sì. Lo faccio tuttora, ogni tanto.

E trovi differenze di pubblico?

Sì e no. In Italia si fanno cose più tradizionali e ciò dipende dal fatto che l’Italia è la patria dell’opera. Allo stesso tempo non ci sono né spazio, né mentalità né tantomeno budget per sviluppare progetti ‘imprenditoriali’, come invece si riesce a fare nei Paesi Bassi. Per farti un esempio, ricordo quando all’inizio della mia carriera in Olanda sono andata al Fondo per le Arti solo con un’idea e loro mi hanno dato la possibilità di realizzarla.

Quando sei arrivata in Olanda?

Nel 1996.

E come è cambiata la cultura olandese, da allora?

È cambiata molto. Prima c’era una situazione politico-economica diversa, c’era più benessere e questo benessere si rifletteva in un’attenzione estrema a beni come la cultura e l’arte: fiorivano le possibilità di usufruire di fondi, sponsors e iniziative; anche a livello non artistico, c’era più scelta di lavoro. Negli anni successivi, il livello di benessere generale è diminuito. Ma una cosa è rimasta invariata: anche in tempi di vacche magre, arte e cultura sono sempre state viste come un arricchimento della persona. L’arte qui è la cura ai mali dell’anima.

La tua anima come sta?

Il mio lavoro mi ha salvato la vita parecchie volte. Fare musica è esprimere la mia voce, quindi la mia anima; è la possibilità di essere su un palco, vulnerabile, e farmi vestire ogni volta dal pubblico. Ciò mi ha permesso di superare momenti difficili come la morte di mia madre, avvenuta nel 2010. Lei è sempre stata una grande fonte di ispirazione nella mia vita. Oggi come allora, io faccio della musica il mio vestito. Per il resto sono come mi vedi, sono con le mani aperte, anche quando scrivo sul mio blog.

Tu hai dedicato un progetto a tua madre, vero?

Si tratta di un progetto che fa parte della Fondazione Voice Actually: stiamo costruendo un ospedale in Angola, dedicato alle madri partorienti.

Se ci fosse qualcuno che vuole contribuire?

Può scrivere direttamente a me, o alla Fondazione. Tra l’altro, noi organizziamo spesso concerti per beneficienza.

Visto che ne hai parlato: ci spieghi cos’è Voice Actually?

È tutto quello che è voce, la mia e quella degli altri: è il mio manifesto! Voice Actually tecnicamente è la mia Fondazione, tramite la quale mi occupo di progetti di Theater Musica e community theatre. Do voce a studenti, amatori, dilettanti. Tramite le attività di Voice Actually, desidero esprimere storie universali e connettere le persone.

Tu fai corsi?

Non nel senso tradizionale a cui stai pensando tu. Faccio coaching per cantanti professionisti e, ogni tanto, faccio workshops intensivi di gruppo della durata di qualche giorno, durante i quali insegno essenzialmente a stare sul palco. I workshops sono utili anche a chi deve semplicemente tenere discorsi in pubblico, perché insegno tecniche per esprimersi, acquistare autostima impostando il corpo e usare il diaframma.

Qualche nome di palcoscenico che ti piacerebbe calcare e artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

Posso sognare?

Devi!

Allora farò tre scelte unconventional! Sono innamoratissima del lavoro di Robert Lepage, un regista canadese che fa spettacoli minimal e astratti; ha fatto anche il Cirque du Soleil. Ecco, lui può fare ciò che vuole con me. Poi, mi piace molto il gruppo Pilobolus Dance Theater, una costola dei Momix: anche a loro dico chiamatemi! Call me anytime! Numero 3: vorrei collaborare con cantautori. Ma non voglio fare robe alla Pavarotti & Friends! Mi coinvolgono i testi di Tiziano Ferro ed Ermal Meta. Tiziano, Ermal: se ci siete, date un colpo!

Tiziano, Ermal & Carla: mica male. Regina è il tuo cognome vero o è un nome d’arte?

È il mio cognome vero.

Nomen omen allora… sembri nata per il palcoscenico. Perché hai scelto l’Olanda come tuo paese di residenza?

Perché era una nazione che sembrava offrire molto a livello lavorativo. Inoltre, ero fidanzata con un olandese: appena si è aperta una possibilità, lo ho raggiunto.

Che differenze trovi tra italiani e olandesi?

Loro sono più strutturati, secondo me. La cosa è bellissima quando devi lavorare, meno bella quando si presenta un imprevisto e gli olandesi sembrano poco equipaggiati ad affrontarlo. Noi italiani abbiamo una capacità insita ad adattarci agli imprevisti… forse perché in fondo viviamo su di essi.

Cosa hai imparato dagli olandesi?

Tante cose. Alcuni italiani mi dicono che sono cambiata, che sono diventata più rigida; in realtà ho solo sviluppato una maggiore insofferenza all’approssimazione. Ho imparato ad avere un metodo. E poi ho imparato ad osservare le cose in prospettiva, a non fare mai un dramma ogni volta. Gli olandesi sono più pacati: anche davanti ai casini più grossi conservano l’aplomb.

Cibo olandese preferito?

Lo stamppot, perché mi piacciono le patate, in tutte le versioni. Ah, e le aringhe. Ma a casa, alla fine, si mangia un po’ tutto, dall’italiano all’indiano: mio marito è di Durban, indiano del Sudafrica.

Pare che con il cibo ti sia andata bene. Ma c’è stato un aspetto che ti ha reso difficile l’adattamento nei Paesi Bassi?

Ho avuto due grandi difficoltà. La prima è stata puramente logistica: quando è finita la mia relazione con l’olandese, non avevo niente e nessuno. ho dovuto ricominciare daccapo. La seconda difficoltà è stata quella di riuscire a fare del mio temperamento virtù. Mi spiego: qui vieni sempre percepito come ‘altro’, come ‘diverso’. Ho dovuto imparare il concetto che comunque sei e rimani diverso.

Tu ti senti diversa ancora adesso?

Sì… in olandese si dice ‘apart’. Può essere una cosa buona o cattiva. Io mi sento apart e mi piace, alla fine, perché “Ik ben anders”… nel senso di ‘unica’.

Ma torneresti in Italia?

No. Non mi ci trovo, non potrei fare il lavoro che faccio… ancora una volta, voglio ribadirlo, io sono felice di essere italiana. E mi sento come un albero: radici e linfa vitale sono in Italia, la mia aura è italiana, tant’è che non ho mai preso nemmeno il passaporto olandese. Ma i miei rami sono nel mondo, e ‘ovunque’ è il posto dove poter esprimere l’Italia.

E nel futuro cosa vedi?

Ho una casa a Bitonto e ci passo volentieri il mio tempo, quasi da turista. Vado, scrivo, leggo, vedo amici e famiglia. Nel futuro vedo varie nazioni: quella in cui sono, la mia e quella di mio marito.

E il Canada, dove c’è il tuo regista preferito?

Lui può lavorare dove vuole, anche in Cina, e io vado.

Ho ancora due domande per te. La prima: vuoi lasciare un messaggio a chi ti sta leggendo?

Sì: la Butterfly dice: “vogliatemi bene, un bene piccolino, un bene da bambino, come si conviene”. Io vorrei invitare le persone a viaggiare con me, in ciò che canto e scrivo sul blog, e ad interagire con me, perché questo è il senso del mio viaggio: creare una famiglia.

Cosa segue il tuo cuore?

Il mio cuore segue le passioni della mia vita.

E quali sono?

Connettere e comunicare, con la musica.

 

“La voce è quello sforzo che io metto per entrare nei cuori delle persone.”

Questa è Carla, è Regina, in una frase. Una sua frase.

Per interagire con lei, ecco le coordinate:

facebook: CarlaReginaOfficial

blog: www.carlaregina.com/blog/

sito: www.carlaregina.com 

Per vederla all’opera, la prima occasione è il suo showcase del 19 maggio ‘Naked (My favourite things)’, selezionato per il Nieuw Werk e in scena al Kempenaerstudio di Amsterdam (info dettagliate nei prossimi giorni).

 Per riconoscerla per strada, è sicuramente quella figura vestita con qualcosa di viola.

 Alla prossima intervista,

Paola

 

 

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