Accompagnamento alla lettura: “Van Gogh. La discesa infinita”, musica dell’omonimo spettacolo, per gentile concessione di Giacomo Del Colle Lauri Volpi.

“Voglio fare dei disegni che vadano al cuore della gente. Al cuore delle cose.”

Lo diceva Van Gogh. Lo diceva nelle lettere che scriveva a suo fratello. Gli unici stralci che ci sono pervenuti di un animo d’artista, uno di quelli veri. Uno di quelli tormentati, con la passione dentro che li brucia. Uno di quelli che ti fa chiedere “per fare l’artista devi essere pazzo? Oppure è l’essere artista che ti porta alla pazzia?”

Io non ce l’ho una risposta a questa domanda, ma me la sono fatta spesso. E me la sono rifatta anche ieri sera, quando sono andata a vedere ‘La discesa infinita’ a teatro ad Amsterdam. Mentre nella stessa città stava per cominciare la partita all’Arena, la sala era piena di gente. C’erano italiani e c’erano ragazzi olandesi che studiano la nostra lingua. C’era qualche attore, c’era qualche appassionato di teatro, e qualche appassionato di eventi mondani. C’era qualche curioso.

C’era Giordano Bruno Guerri.

C’erano i personaggi, che erano persone.

Ecco, c’erano le persone.

C’era un Vincent, un Vincenzo, incredibilmente vero.

C’erano somiglianze con i volti dell’epoca.

C’era la coscienza, il grillo parlante che spiegava la signora società, forse più malata dello stesso Van Gogh. Ieri come oggi. Ammesso che Van Gogh fosse stato malato.

C’erano le ripetizioni cicliche della storia, i tormenti d’amore di ogni generazione, il genio, l’occhio attento di chi sa cogliere l’animo umano scavandolo nel profondo, solo guardando una sua foto da bambino in formazione, e cogliendo la vera essenza che si svilupperà nel futuro.

Questa era una delle capacità di Van Gogh.

Vedere dentro. Vedere il vero. Vedere la patina che inganna da fuori.

Io non so se è il mio amore infinito per l’arte, la mia passione viscerale per il concetto d’artista, o la vita da artista che io stessa a volte conduco. Non so se è stata la mia omonima Paola (Veneto), ad aver fuso con grazia il libro di Guerri e le lettere di Vincent. Non so se sono state le musiche perfettamente allineate di Del Colle. Non so se è stata l’interpretazione di Antonio Gargiulo. Ma per me c’era Van Gogh, sul palco.

Quello vero.

I suoi capelli rossi, il suo io profondo, il suo cuore. I suoi occhi.

La mia commozione.

“I pittori, per non parlare che di loro siano morti e sepolti, parlano alle generazioni successive, con le proprie opere. Questo è tutto o c’è anche dell’altro? Io dichiaro di non saperne proprio nulla. Ma, sempre, la vista delle stelle mi fa sognare. E se, semplicemente, come mi fanno sognare i puntini neri sulla carta geografica che indicano città e paesi, perché – mi dico – i punti luminosi del firmamento dovrebbero essere meno accessibili dei punti neri sulla carta geografica della Francia? E se prendo un treno per recarmi a Rouen, prendo la morte per raggiungere una stella.”

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“Come spiegare agli uomini semplici che non potranno più capire un cielo, una pianura, un fiore, un viso d’uomo senza rifarsi a Van Gogh? Bisognerà spiegare loro che Van Gogh non era pazzo. Non come lo intendono loro.”

VAN GOGH. LA DISCESA INFINITA

Testo e regia a cura di Paola Veneto

Musiche originali per pianoforte del Maestro Giacomo del Colle Lauri Volpi

Ballerina Valeria Meoni
Illustrazioni a cura di Thomas Liera

In scena

VINCENT VAN GOGH- Antonio Gargiulo
THEO VAN GOGH, SARTRE, GAUGUIN – Alessandro Parise
ANTONIN ARTAUD- Marco Paparella
SORELLA DI VAN GOGH, SIEN, MADAMOISELLE RAVOUX, – Paola Tarantino

Danseuse – Valeria Meoni
Pianista- Giacomo del Colle Lauri Volpi
Grafica e arte- Thomas Liera

Con Giordano Bruno Guerri (SE STESSO)


Paola Ragnoli è consulente e formatore in comunicazione verbale e non verbale, counsellor e autrice. È fondatrice e titolare della micro-impresa The Dots Connection e del blog I Viaggi Della Druida. Collabora come redattrice con alcuni siti internet, per Italianradio si occupa di integrazione tra culture.

 

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