Raffaela arriva con una scatola di fantastici cioccolatini.

Raffaela, con una sola elle, non con due. Eppure è italianissima, romana de Roma, come direbbero da quelle parti, che poi sono anche le mie.

Vive nei Paesi Bassi ormai da 13 anni, fa parte della prima grande ondata migratoria italiana.

Da lei ci facciamo raccontare come si fa a lavorare in dutch tutti i giorni, come è cambiato il paese, come si stava, come si sta.

Ah, dimenticavo di dirvi: siamo a casa mia. È domenica e, da brave romane, ci siamo date appuntamento per il caffè delle 14:30. 

Allora, la prima domanda è sempre la stessa: ciao Raffaela, che lavoro fai?

Ciao, faccio l’avvocato, da 20 anni.

È la stessa cosa che facevi in Italia?

Sì. In Italia sono ancora iscritta a dir la verità e posso patrocinare in tribunale da entrambe le parti, ma naturalmente non posso essere fisicamente presente ovunque. Quindi il mio studio è in Olanda, ad Apeldoorn. Ho clienti sia olandesi che italiani.

Che tipo di avvocato sei?

Sono avvocato civile, mi occupo di famiglia, contratti, diritto del lavoro.

Ci sono altri avvocati italiani nei Paesi Bassi?

Sì. I titoli di studio italiani sono validi qui, se sei già avvocato, bisogna solo far tradurre i documenti. Dopo la sbocciata crisi dell’avvocatura nel nostro paese c’è stato un aumento di presenze, ma per patrocinare sul territorio occorre essere iscritti all’albo nazionale e non tutti lo sono.

Quali differenze ci sono tecnicamente nella professione esercitata in Italia e in Olanda?

Qui ti pagano, in Italia meno! Il cliente che si siede di fronte a te in Olanda vuole sapere subito le tariffe e il costo della causa che eventualmente sta per intraprendere, e paga puntualmente entro 7/14 giorni. Inoltre, qui c’è molto meno lavoro a nero e le fatture vengono emesse anche per piccoli importi.

E le tariffe sono uguali a quelle dell’Italia?

No, c’è un altro sistema. Mentre in Italia c’è una tabella con fasce di prezzo, qui la norma è la tariffa oraria, più IVA e costi di ufficio. Oscilla tra 100 e 500 euro l’ora. Personalmente, ho scelto di posizionarmi al di sotto della metà perché per me l’avvocato è anche una missione: bisogna coinvolgersi nel problema dell’altro, bisogna studiare, bisogna approfondire la problematica per la quale si viene chiamati.

Gli italiani che ci leggono e hanno bisogno di un avvocato saranno felici di sapere che costi meno di 500 euro. Che non è proprio poco! Eppure gli studi di avvocati sul territorio sono tantissimi, quasi quanto i dentisti. Allora mi chiedo: ma quanti siete?

Molti meno che in Italia, in realtà. Penso che la tua percezione sia collegata all’ampiezza del territorio. Qui i laureati in giurisprudenza si orientano anche su altro, guardano a concorsi e ad aziende private.

E a livello di tasse e benefici?

In Olanda non c’è l’obbligo a farsi la pensione. A livello di tasse, però, si paga di più: ce n’è una nazionale e una locale, legata alla città nella quale si è iscritti. Anche qui bisogna fare l’aggiornamento obbligatorio annuale e i corsi sono molto costosi. E anche qui bisogna avere almeno 20 punti l’anno.

Cosa sono i punti?

È il punteggio che dimostra se hai fatto corsi di aggiornamento e qual è il tuo livello.

A parte il fatto che il cliente in Olanda paga, quali differenze puoi segnalarmi?

La burocrazia olandese è molto più snella di quella italiana. Per farti un esempio, recentemente la cancelleria del tribunale mi ha telefonato per chiedermi quale giorno preferivo per fissare l’udienza… un caso unico! Poi, in tribunale siamo solo noi, i clienti e il giudice. C’è ancora un rito, bisogna indossare la toga. E c’è l’usciere che ti accoglie e ti accompagna. Insomma, non c’è quella sensazione di mercato e di degrado che si vive in Italia.

Hai detto che ti occupi di famiglia, come prima voce. Quanto ci vuole per un divorzio, in Olanda?

Pochissimo: solo 3 mesi se i coniugi sono d’accordo, anche perché non esiste la separazione. I problemi che allungano le pratiche posso nascere per altre circostanze: ad esempio, di fronte ai casi di sottrazione di minore, sia da parte di italiani che da parte di olandesi.

Gli olandesi si sposano?

Di meno, perché c’è più tutela sulla convivenza.

E questo dipende secondo te dal fatto che i Paesi Bassi sono più progressisti rispetto ad altri paesi?

Per certi aspetti non lo sono affatto. Ti basti pensare che un uomo sposato non può riconoscere un figlio al di fuori del matrimonio, che la comunione dei beni scatta anche per tutte quelle proprietà esistenti prima del matrimonio, che l’eredità va spartita d’obbligo con il coniuge; è possibile apportare modifiche a questi punti ma bisogna farlo per iscritto. Per contro, gli olandesi sono progressisti su altri aspetti: le coppie gay si possono sposare.

Tutte queste cose che mi stai raccontando le hai imparate sul campo o ti sei preparata prima di partire?

Ho imparato tutto sul campo. L’unica cosa che ho fatto prima di partire è stata informarmi su come validare i miei titoli di studi.

Perché hai scelto i Paesi Bassi?

Perché sono stata sposata con un olandese. Quando alla fine mi sono decisa per il trasferimento, avevo già 40 anni e una figlia di 11, vivevo tra Roma e la Sicilia e la situazione lavorativa in Italia cominciava ad essere difficile.

Che impatto ti ha fatto la nazione inizialmente?

La prima volta che ho visto la nazione era negli anni ’80. Gli olandesi erano diversi, all’epoca, più ‘sempliciotti’, passami il termine.

Che immagine hanno delle donne italiane?

Credo che le vedano come la donna mamma accondiscendente un po’ all’antica, che sta a casa a fare i dolcetti, bada ai figli e accudisce il marito.

E tu quando sei arrivata hai fatto i dolcetti?

No! Mi sono iscritta subito a scuola di olandese e la ho frequentata tutti i giorni. In 6 mesi ho potuto raggiungere un buon livello di conversazione e, tempo dopo, ho preso il diploma come madrelingua. C’è da dire comunque che bisogna essere portati per le lingue e bisogna studiare tanto e tutti i giorni. E poi io vivevo con un olandese, questo mi ha aiutata moltissimo: lui mi parlava in inglese ma io ho insistito con il voler parlare solo olandese.

E con il lavoro come hai fatto?

Non è stato facile all’inizio, ero già grande, non avevo conoscenza sufficiente della lingua e continuavano a ripetermi che ero troppo qualificata. Ho optato per un’attività in proprio e, per inserirmi, ho iniziato una collaborazione gratuita con uno studio, che a oggi ancora porto avanti e che si è sommata a collaborazioni con altri studi sparsi sul territorio. Con uno di loro al momento stiamo anche lavorando per aprire una filiale a Roma. Non ho ricevuto aiuti, comunque, per mettere in piedi il mio studio: mi riferisco al fatto che l’avvocatura è una casta e io ero solo un concorrente in più. Devo anche dire che, a differenza dell’Italia, qui se meriti, vai avanti, senza bisogno di essere ‘figlio di’ o ‘raccomandato da’. Il merito viene riconosciuto, non importa da quale nazione tu venga. Però noi ‘stranieri’ stiamo aumentando e gli olandesi cominciano ad essere un po’ insofferenti. Il governo olandese esercita molto controllo.

Come è cambiata la società in 13 anni?

Anche loro sono stati vittime della crisi che nel 2008 ha investito l’Europa. Ci sono stati molti licenziamenti, ma la loro macchina burocratica è diversa. I cittadini olandesi sono coperti da un sussidio, nutrito dalle tasse. Lo Stato si prende cura di te.

Se ci sono i soldi per i sussidi significa che tutti pagano le tasse.

Tutti non lo so perché io non faccio il commercialista, ma quello che so è che sei felice di pagare quando sai che hai un ritorno e le cose funzionano. E poi in Olanda non devi combattere per far valere il tuo diritto.

Quindi, domanda dalla risposta già scontata: torneresti in Italia?

Per vacanze molto volentieri! Voglio dire una cosa: questo non è il paese dei balocchi, ci sono tratti negativi, alle 18 stanno tutti a casa, il sole non c’è come in certe parti d’Italia, ma è tutta una questione di adattamento. Sento spesso persone lamentarsi di quanto manchi loro il nostro paese, la pasta, la pizza… Ecco, a loro voglio dire che occorre essere più flessibili e non ‘lagnarsi di professione’. Siamo in un posto che ci offre più possibilità. E con questo non voglio nemmeno dire che io rinnego di essere italiana, ci mancherebbe. E lo dico con cognizione di causa, visto che ho doppia cittadinanza.

La cittadinanza olandese la hai acquisita in seguito al matrimonio?

Se sei sposato con un olandese puoi richiederla dopo 3 anni, altrimenti puoi richiederla dopo 5 anni. Bisogna comunque sostenere un esame.

Quale è stato l’aspetto più difficile da accettare quando sei arrivata?

La difficoltà principale è stata passare dalla città al bosco. Venivo da Roma! Nel corso del tempo mi sono abituata. Gradualmente, sono cambiata come persona e ho cominciato a notare le differenze comportamentali tra italiani e olandesi.

Ad esempio?

Un italiano parla per se stesso. Anche in una conversazione, ognuno segue il proprio discorso, non ci si ascolta. Siamo molto individualisti, non analizziamo quello che dice l’altro. Non c’è scambio. In Olanda invece ho imparato ad ascoltare. Altra cosa: in Italia entri in un negozio, saluti e nessuno risponde, qui è normale il contrario. Qui nessuno salta la fila, qui tutti sono puntuali. Non si arrabbiano subito se non ottengono qualcosa: restano calmi e si pongono in maniera collaborativa. Noi invece ragioniamo per ‘io devo, a me spetta’. Questi sono tutti aspetti con i quali ho fatto i conti negli anni.

Quindi, oltre al vivere nel bosco, l’altra difficoltà è stato il confronto con te stessa.

Certo. Lo scoprire che bisognava ascoltarsi e ascoltare. Poi, imparare la lingua cambia anche la personalità e non lo dico io, lo dice la scienza.

L’esperienza di vita in un altro paese ci cambia a prescindere, gli expat lo sanno.

Posso fare una distinzione? L’expat per antonomasia è ricco, è quello che qui ha diritto al 30% ruling perché ha lo stipendio alto. Tutti gli altri sono emigrati.

Tu cosa hai insegnato al tuo ex marito olandese?

A mangiare la lasagna. E a cuocere gli spaghetti in maniera decente.

Cucini olandese?

Cucino italo-olandese. Mi piace lo stamppot, ma non lo faccio mai. Prediligo quello con le patate e gli spinaci e per fortuna si compra già pronto. Non uso tutte le salse che consumano loro, le mettono dappertutto. Una cosa loro che mi ha molto colpita, parlando di cibo e tavola, è che bevono molto vino.

Vino di dove, scusa?

Di diverse nazionalità. Ne bevono davvero molto, non credevo. Appena c’è un po’ di sole escono e bevono. Più di noi italiani.

Senti, tua figlia come ha vissuto questo cambiamento radicale?

Quando siamo partite lei aveva appena finito la prima media. Le dissi “tesoro proviamo: se ci piace restiamo, se non ci piace torniamo”. Il mio compagno – poi marito – olandese venne in Italia a conoscerla. Si è convinta lentamente ma, una volta arrivata, si è trovata bene, anche perché a scuola le hanno affiancato subito lezioni di rinforzo di olandese. La scuola era pubblica, vorrei specificare. E dopo 3 mesi, parlava senza problemi.

Come funzionano le scuole olandesi?

Si entra a 4 anni e si fanno 8 anni di ‘scuola base’: sarebbero le nostre elementari e medie. Poi si sostengono dei test di ammissione per le scuole superiori e, a seconda del risultato, accedi a certi indirizzi piuttosto che ad altri. Durante il percorso scolastico è possibile comunque passare a livelli sempre superiori.

Per quel che hai potuto constatare tu, che differenza c’è con la scuola italiana?

I docenti olandesi hanno una preparazione più strutturata anche a livello di psicologia ed è diverso l’approccio con gli studenti. In generale, qui vanno spesso fisicamente fuori dalla classe, adottano diversi metodi di lavoro, non hanno compiti a casa. È obbligatorio iscrivere il bambino nel proprio quartiere, per consentirgli di tornare a casa per il pranzo e rientrare, a volte, il pomeriggio per altre attività, con il risultato che il bimbo sviluppa precocemente anche il senso di autonomia. Alle scuole superiori invece si esce direttamente il pomeriggio.

E che mi dici dell’università, dove è meglio frequentarla secondo te?

Diciamo che dipende da quello che scegli di studiare. Qui è tutto molto più pratico e concreto e ci sono libri di testo semplici rispetto ai nostri scritti, anche perché la loro non è una lingua particolarmente ricca, non hanno molti sinonimi, per esempio. Noi italiani invece studiamo su testi complicatissimi, che però ci aiutano a ragionare in maniera diversa.

Oggi tua figlia ha 24 anni. La difficoltà maggiore che può aver incontrato venendo a vivere qui qual è, a tuo parere?

Mah, in realtà non è mai rimasta scioccata dal cambio di nazione. Anzi, si è adattata rapidamente.

Cosa segue il tuo cuore?

In che senso?

Me lo devi dire tu.

Io cerco di mettermi sempre in condizione di poter aiutare. Sembra banale, ma mi piace aiutare il prossimo. E mi piace comportarmi in maniera corretta ed essere disponibile nei confronti dell’altro. Così facendo, lungo il mio cammino ho incontrato spesso tante belle persone. Un sorriso non costa nulla e alla fine dai ciò che ricevi.

Quanto hai imparato dai tuoi clienti, allora?

Il cliente si accorge se lo prendi in giro. Il cliente si accorge se non sei sincero. Il cliente apprezza se ti prendi a cuore il suo problema. La nostra è una professione che si basa sulla fiducia. Tu andresti da un dottore di cui non ti fidi?

Onestamente? No.

Evviva Raffaela e il modo in cui svolge la sua professione, che poi è lo stesso con cui gestisce la sua vita: passione, impegno e sentimento. Io oggi ho imparato tante cose nuove e ho anche mangiato degli ottimi cioccolatini.

Se volete sapere qualcosa in più su di lei, questi sono i suoi contatti: 

sito ufficiale: Bureau Amato

LinkedIn: Raffaela Amato

Alla prossima intervista!

Paola

 


Paola Ragnoli è consulente e formatore in comunicazione verbale e non verbale, counsellor e autrice. È fondatrice e titolare della micro-impresa The Dots Connection e del blog I Viaggi Della Druida. Collabora come redattrice con alcuni siti internet, per Italianradio si occupa di integrazione tra culture.

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